Il Programma

Il programma di governo per il mandato amministrativo 2025-2030 non può essere un semplice aggiornamento del precedente. Non è più tempo di manutenzione ordinaria delle politiche realizzate finora (che, a nostro avviso, si sono dimostrate all’altezza delle sfide che dovevamo affrontare). Molto è cambiato in questi anni, spesso in maniera inattesa. Pergine non è più quella che era, quella che avevamo cercato di interpretare nel 2015 e nel 2020. Crediamo che, da molti punti di vista, sia finito un ciclo e che ne vada inaugurato uno nuovo. Ma prima ancora di Pergine, è cambiato il contesto internazionale, è cambiata l’Italia ed è cambiato il Trentino. Ed è dalle ripercussioni di questi cambi di scena che dobbiamo ripartire: perché se prima era abbastanza riconoscibile la strada da intraprendere, adesso si tratta di capire quale sia la direzione. È un futuro, quello che abbiamo davanti, al quale dobbiamo dare forma senza poterci rassicurare dicendo che, se finora è andato tutto bene, possiamo continuare così. Purtroppo non è vero.
Questo programma, dunque, si muove in una prospettiva di piena continuità rispetto alle dinamiche che possono e devono avere un carattere inerziale (non si può cambiare una visione ogni cinque anni e, d’altra parte, alcuni valori-cardine che ritroveremo in questo documento sono quelli “di sempre” e vanno semplicemente ribaditi) ma, nello stesso tempo, si muove in una prospettiva di discontinuità nei confronti di un mondo che non è più lo stesso e che richiede, perciò, nuovi sguardi e nuovi strumenti.
Quale futuro?
Lo scenario globale, rispetto a solo cinque anni fa, ci presenta una situazione geopolitica destabilizzante, con l’invasione russa dell’Ucraina e le contraddizioni mai risolte in Medio Oriente. Si tratta di problemi umanitari laceranti, rispetto ai quali è necessario chiedersi da quale parte stare, mentre altri lo stanno facendo per noi. Altre minacce incombono, e possono preludere a possibili esiti non controllabili: pensiamo all’accesso alle risorse energetiche e a materie prime rare; ai mutamenti negli scenari delle relazioni fra le grandi potenze a livello globale e al sempre più evidente cortocircuito fra concentrazioni del potere politico e del potere economico; al cambiamento climatico, che ci mette di fronte a una crisi ecologica della quale abbiamo solo iniziato a cogliere la portata; alla denatalità e all’invecchiamento della popolazione nei Paesi più ricchi e alle crescenti disuguaglianze planetarie, che innescano spostamenti di quantità immense di esseri umani che non hanno prospettive nei loro luoghi di origine; all’evoluzione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale che, salutate forse un po’ frettolosamente come ampliamento degli spazi di libertà e della democrazia, stanno mostrando il loro lato meno nobile, con il rischio di trasformarsi in fattori di limitazione e di controllo dei nostri comportamenti e, dunque, della nostra libertà.
Le istituzioni euro-comunitarie – nate dalle rovine, in senso letterale e metaforico, della Seconda Guerra mondiale, per contrastare il rischio che si ripetessero quegli orrori – per quanto siano imprescindibili per fare massa critica e necessarie come autorità di regolazione in un momento nel quale stiamo subendo lo scontro tra grandi potenze egemoniche e la colonizzazione dello spazio economico mondiale in senso oligopolista, appaiono fragili e sono percepite distanti, se non nemiche, in un momento nel quale le idee nazionaliste stanno prendendo il sopravvento in molti Stati.
La situazione italiana è fin troppo nota, ma non per questo ci risparmia profonde inquietudini. Le sue criticità sono legate soprattutto a due dimensioni strutturali e consolidate, e dunque destinate a mantenere i propri effetti nel lungo periodo: la transizione demografica e la finanza pubblica. L’andamento della popolazione vede la progressiva diminuzione del numero delle nascite e l’invecchiamento della popolazione; si tratta di due circostanze che producono conseguenze dirette anche di tipo economico, se pensiamo che fra il 40% e il 50% del bilancio dello Stato (che attualmente intercetta il 43% del PIL del Paese) serve a finanziare pensioni e debito pubblico e che, parallelamente, diminuisce la quota di forza-lavoro delle generazioni in età lavorativa che finanzia la spesa pubblica.
In Trentino dobbiamo considerare concluso, anche se in maniera meno drammatica che altrove, un ciclo di sviluppo fortemente dipendente dalla spesa pubblica. Esaurite la spinta del PNRR, che avrebbe potuto essere meglio accompagnata a livello nazionale, e quella, molto meno virtuosa, del 110%, si porrà un problema di selezione delle priorità della spesa e di riconfigurazione di alcuni settori-chiave, in primo luogo quelli relativi alla sanità, alla Scuola e alle politiche di welfare.
Vedremo nei singoli punti come queste condizioni di contesto, che vanno dal globale al locale, impattino sull’attività amministrativa del Comune, quali sono le sue, le nostre, possibilità di intervento e quali sono invece le circostanze sottratte al nostro controllo. Rimane un dato, che speriamo di trovare, con sottolineature diverse e con differenti letture, anche nei programmi degli nostri avversari: quello di oggi è un mondo difficile da interpretare e non esistono scorciatoie o semplificazioni, soprattutto è fuori luogo cercare il consenso alimentando o strumentalizzando paure.
Le politiche Il territorio
Il contesto
La percentuale del territorio comunale perginese che presenta un forte carico antropico, cioè la parte urbanizzata, è di circa il 12% della superficie complessiva. Gli strumenti urbanistici attualmente in vigore prevedono un incremento potenziale delle aree fortemente antropizzate nell’ordine del 10% rispetto a quelle esistenti, dato al di sotto del dato medio provinciale, che si attesta sul 15%, e anche delle previsioni relative alla Comunità Alta Valsugana e Bersntol, che è attorno al 17%. Ciò nonostante il tema del consumo di suolo non è assolutamente da sottovalutare.
Nel corso di questi anni, complici le circostanze straordinarie legate alla pandemia e al conseguente piano di rilancio dell’economia nazionale che ha costretto ad una rivisitazione delle priorità in materia urbanistica (al fine di creare le condizioni per poter beneficiare dei fondi del PNRR), non è stato possibile intervenire in modo organico sullo strumento urbanistico. In ogni caso si ritiene ora non più procrastinabile una profonda revisione di carattere generale che dovrà essere incardinata su criteri sostitutivi e non più espansivi, puntando alla riscrittura di porzioni di territorio con demolizioni, ricostruzioni e cambi di destinazione, “limitando”, come previsto dall’art. 18 della L.P. 15/2015, “il consumo del suolo quale bene comune e risorsa non rinnovabile” in un’ottica di compensazione con le potenzialità di trasformazione del territorio previste dal PRG attuale.
Sul tema del consumo di suolo è infatti importante evidenziare come il vero problema su cui è necessario intervenire sia quello del consumo di suolo ammesso dall’attuale strumento urbanistico ed è su questo aspetto che la prossima Amministrazione dovrà lavorare.
In quest’ottica, una revisione critica di alcune previsioni attuali ma mai attuate, unitamente all’utilizzo di strumenti consensuali come quelli perequativi e compensativi, potrà consentire una razionale distribuzione delle funzioni sul territorio.
Abbiamo ripetuto spesso che gli impatti negativi che oggi scontiamo sulla gestione del territorio (soprattutto in termini di peso crescente sulla domanda di servizi e ancor più sulla mobilità) vanno ascritti a scelte urbanistiche operate alcuni decenni fa ma che non smettono di produrre i propri effetti negativi perché sono a bassa reversibilità; ma i problemi vanno affrontati per quello che sono e non per come avrebbero potuto essere, o non essere, se le scelte compiute allora fossero state diverse.
Gli obiettivi strategici
Su queste premesse, gli obiettivi che reputiamo strategici per il prossimo mandato amministrativo sono sostanzialmente due, peraltro già entrati da tempo nella nostra agenda politica e amministrativa: uno è quello della limitazione del consumo di suolo in coerenza con l’art. 18 della
L.P. 15/2015; l’altro è quello della sostenibilità che significa lavorare sul recupero, sulla valorizzazione, sulla riqualificazione dell’edificato. Significa implementare misure volte ad aumentare la qualità del costruito come la dotazione di spazi verdi e spazi comuni, sia interni che esterni agli edifici plurifamiliari, per incidere in maniera significativa sull’invarianza idraulica e sull’isola di calore, facendo si che anche il suolo urbanizzato limiti il più possibile l’impatto della sua trasformazione. Significa promuovere la qualità costruttiva non solo per la dimensione estetica, ma anche tutti gli elementi che, nell’insieme, definiscono la qualità dell’abitare e, in genere, delle forme insediative: l’accessibilità, la disponibilità di spazi e di servizi pubblici non solo di prossimità (che hanno un valore funzionale ma anche simbolico), il risparmio energetico, ma anche le aree coltivate e le zone di interesse naturalistico. Questi sono peraltro i principi che hanno guidato l’Amministrazione nella stesura del nuovo Regolamento Edilizio Comunale, in vigore dal 1° gennaio 2025. Oltre all’introduzione delle misure qualitative sopra citate, vanno migliorati gli strumenti consensuali utilizzati dall’amministrazione. L’atto di indirizzo per la perequazione che risale al 2010, richiede una revisione critica per introdurre quelle innovazioni procedimentali mutuate dalle esperienze diffuse a livello nazionale per garantire efficienza, efficacia e trasparenza nei procedimenti.
Gli ambiti di intervento
Sono del tutto coerenti con questo pensiero le iniziative riguardanti quelli che, nello scorso programma, avevamo definito i “vuoti a perdere” e alcune aree che richiedono una profonda riconversione. Negli anni più recenti sono state create le premesse che permetteranno, a breve e certo in tempi non geologici, di trovare soluzioni definitive. Li passiamo brevemente in rassegna.
Il compendio ex San Patrignano è stato acquisito da una cooperativa sociale e sono mature le condizioni, pazientemente costruite, per un suo utilizzo con funzioni socio-assistenziali.
Il compendio ex Artigianelli di Susà richiedeva, oltre a requisiti di ordine patrimoniale e di sostenibilità economica, soluzioni che non impattassero negativamente sulla frazione, soprattutto, ma non solo, in termini di viabilità. L’accordo che si sta costruendo con la Provincia prevede la demolizione dell’edificio e la cessione al Comune di una parte dell’area nella quale saranno realizzati un parco e strutture sportive polivalenti; sulla parte rimanente si ipotizza la costruzione di alcuni edifici di cubatura ridotta, che potranno ospitare la nuova scuola di Susà e la scuola materna, avendo così a disposizione spazi ricreativi anche a servizio della comunità; gli altri volumi, con una forte diminuzione della cubatura complessiva rispetto alla situazione attuale, che sarà pressoché dimezzata, potranno ospitare funzioni archivistiche o altre attività. La proposta di piano- guida, una volta redatta in via tecnica, dovrà necessariamente essere condiviso con la frazione.
Il compendio ex Villa Rosa è stato oggetto di un’operazione immobiliare da parte della Provincia; l’Amministrazione comunale sarà coinvolta nell’individuazione della sua nuova e futura destinazione d’uso, che potrà essere formativa, sanitaria o ricettiva, ma non residenziale; nel frattempo sono in corso delle iniziative finalizzate a consentire un’accessibilità più fluida e non impattante all’area del compendio.
Nell’area ex Cederna sono state create le condizioni per realizzare un quartiere vivo e una parte di città, coniugando densità, complessità funzionale e leggibilità delle forme. Si immagina la realizzazione di una residenza per studenti, di edifici residenziali per il social housing (colmando così uno storico e paradossale ritardo, in un mercato nel quale la disponibilità di immobili residenziali invenduti non trova una domanda solvibile), attività direzionali e commerciali, un parco ed una piazza.
Palazzo Crivelli è un’equazione difficile da risolvere, che non ammette risposte banali o palesemente non realizzabili. Gli obiettivi realistici, e a nostro avviso non rinviabili, già condivisi con la Soprintendenza, sono soprattutto due: la ricerca di finanziamenti per il suo restauro e l’utilizzo temporaneo del piano terra e del primo piano. Forti suggestioni hanno certamente diritto di cittadinanza, ma richiedono una progettualità lungimirante, che potrà coinvolgere le componenti attive della cultura perginese.
In tema di sanità, va accompagnata la riscrittura del compendio ex OP, nel quale, ricombinando la dislocazione dei servizi e con le risorse del PNRR e fondi provinciali, sta prendendo forma la Casa di Comunità e una struttura ospedaliera di prossimità.
Il PNRR
Il PNRR ha permesso di cantierare diversi e rilevanti interventi di rigenerazione urbana e di adeguamento degli standard di servizio alle esigenze emergenti, come il nuovo asilo-nido, l’adeguamento energetico del teatro e la mensa. Altre iniziative sono tra la fase del progetto, quella dell’appalto e quella dell’aggiudicazione: pensiamo alla ristrutturazione dell’ex CUS; alla sistemazione delle spiagge con la realizzazione di servizi igienici; alla sistemazione di via del Mani con la realizzazione del percorso ciclopedonale e del marciapiede; alla realizzazione del marciapiede e della ciclabile su viale Dante: alla pista ciclopedonale su viale dell’Industria; alla ristrutturazione del manufatto dei Canopi; alla rotatoria su via Pomarol. Sono già state pianificate le fasi e la tempistica per la costruzione della nuova scuola media Ciro Andreatta: le risorse sono già disponibili e la gara di progettazione è, nel momento in cui viene redatto questo programma, in dirittura di arrivo; l’inizio dei lavori è previsto per l’autunno 2025.
Ricordiamo infine il tema delle reti telematiche: Pergine è oggi una Comune in gran parte coperto dai servizi in fibra ottica grazie all’azione di coordinamento tra Amministrazione e operatori del settore che ha permesso di ottenere, con un anticipo di circa 2 anni, la realizzazione dell’infrastrutturazione delle cosiddette “aree bianche” con Open Fiber e successivamente, il completamento della rete con l’appalto PNRR di FiberCop (attualmente in fase esecutiva).
L’ambiente
Queste considerazioni ci portano al tema che va rimesso al centro delle agende pubbliche a ogni livello di governo: la questione ambientale. Siamo convinti che il nostro modello di sviluppo abbia iniziato a presentarci il conto, per così dire, degli errori commessi e delle scelte non fatte a partire da alcuni decenni a questa parte. Nonostante ci sia chi si ostina a negarlo, il cambiamento climatico ci mette davanti a un generale innalzamento delle temperature, alla scarsità di precipitazioni cui fanno da contrappunto fenomeni meteorologici estremi, alla conseguente necessità di gestire emergenze idrogeologiche. Anche in questo caso le possibilità di intervento vanno dalle grandi scelte sovranazionali ai comportamenti individuali e quotidiani. Per quanto non siano singole azioni virtuose quelle che potranno correggere i gravi “errori ortografici” ambientali che l’umanità ha commesso e sta continuando a commettere, siamo convinti che ognuno debba fare la propria parte e che, in questo senso, il Comune debba agire su due versanti: un primo versante, in stretto accordo con la Scuola e con tutte le realtà che promuovono l’educazione, è quello di informare, di formare, di sensibilizzare; l’altro versante è quello di dare l’esempio. Con una precisazione: il tema ambientale non può essere considerato, perché non lo è, una politica settoriale: è, piuttosto, il punto di convergenza nel quale si incontrano politiche per l’agricoltura, la mobilità, l’edilizia, la salute, i comportamenti individuali, le scelte di acquisto, i modi di produzione. Per questo crediamo che l’Amministrazione debba promuovere in maniera sistematica iniziative contro lo spreco, per la valorizzazione delle tipicità locali, per la riparazione,
per il prestito, orientandosi verso quella che viene definita economia circolare. E anche qui vediamo che il tema ambientale ha, in realtà, connotazioni molteplici: di tipo etico (perché si oppone allo sfruttamento di persone e all’uso dissipativo delle risorse); di tipo economico (perché valorizza l’economia locale dal punto di vista commerciale, ricettivo, turistico); di tutela e valorizzazione delle biodiversità (verso la quale l’agricoltura locale è consapevolmente orientata); di difesa del paesaggio; di azione sui sistemi della logistica e, ne parliamo ora, della mobilità.
La mobilità
Negli ultimi dieci anni, in tema di mobilità, sono stati realizzati interventi importanti per migliorare la viabilità (innesti, rotatorie, messa in sicurezza delle strade); si è cercato di collegare meglio il centro e le frazioni con una rete di trasporto pubblico, in attesa di poter attivare, se supereranno un preventivo e severo (sono soldi pubblici) esame di fattibilità, forme di servizio a chiamata con valenza sovra-comunale; sono state realizzate oltre 20 stazioni di ricarica per veicoli elettrici; è stato fatto un forte investimento per completare la maglia delle piste ciclabili, assieme ad azioni mirate su un servizio di bike sharing, che, in relazione alle criticità dimostrate in questi anni, va eventualmente ripensato e rilanciato; non da ultimo, è lecito attendersi che l’elettrificazione della linea ferroviaria della Valsugana, aumentando la capacità di trasporto passeggeri, possa intercettare una quota crescente di pendolari. Si tratta di azioni positive che hanno lavorato sia sul versante della domanda di mobilità, sia su quello dell’offerta, diversificando le modalità degli spostamenti e sollecitando sensibilità più mature da parte dei nostri concittadini.
Va detto in maniera chiara che crediamo nella ferrovia. Ma ci crediamo in maniera laica, cioè senza paraocchi ideologici. La linea Trento – Bassano può avere due funzioni principali: quella di catturare pendolari e quella di dirottare almeno una parte del traffico veicolare di attraversamento della Valsugana, che, per quanto riguarda i nostri territori, è un traffico parassitario che produce solo esternalità negative, cioè inquinamento. Ma va ricordato anche il potenziale della ferrovia come sistema di mobilità sostenibile a valenza turistica per raggiungere la zona del lago (ancor più al termine dei lavori di elettrificazione attualmente in corso), nell’ottica di un’efficace sinergia con l’offerta di mobilità ciclabile che nell’ultimo decennio, grazie all’impegno dell’Amministrazione, ha visto uno sviluppo significativo sull’intero territorio comunale. In tal senso appare doveroso un maggiore coordinamento con il soggetto gestore del servizio ferroviario e con la Provincia al fine di sviluppare da un lato politiche comunicative efficaci sui vantaggi dell’utilizzo dei nuovi treni che entreranno in servizio al termine dei lavori di elettrificazione, dall’altro politiche tariffarie dedicate ai pendolari che rendano davvero competitivo, anche dal punto di vista economico, l’utilizzo della ferrovia in alternativa alla vettura privata.
Altro intervento che, invece, è finalmente in fase attuativa è quello della traslazione della statale 47 e del suo spostamento sotto il colle di Tenna. Da tempi non sospetti avevamo richiesto con forza che la sponda del lago tenuta in ostaggio dalla vecchia statale ne fosse liberata, sia per l’elevato rischio ambientale (uno sversamento potrebbe produrre conseguenze incalcolabili sull’ecosistema lacustre), sia per recuperare a una fruizione pubblica un lungo tratto di spiaggia ora sostanzialmente inaccessibile. Ci torneremo.
Come punto di destinazione del traffico locale, cioè come attrattore, e come passante di un traffico diretto altrove, il centro di Pergine sconta inoltre una situazione che si avvicina sempre più al collasso, soprattutto in determinate fasce orarie. Una quantità crescente di spostamenti viene infatti convogliata e smaltita da una maglia viaria concepita molti decenni fa e adeguata al traffico di allora. Le azioni compiute negli ultimi anni (di fluidificazione e di messa in sicurezza) non impediscono che le strutture per la mobilità siano arrivate a un limite fisiologico di saturazione. Perciò va detto con molta chiarezza che la questione degli spostamenti a Pergine richiede un pensiero radicale, nella forma di un nuovo PUMS – Piano urbano della mobilità sostenibile, da integrare con il nuovo PRG, che riteniamo debba essere una delle priorità del prossimo mandato amministrativo. Nel frattempo, il Comune dovrà mettere in campo ulteriori azioni di regolazione, nella convinzione che sia non solo necessario, ma anche possibile operare su livelli diversi e complementari e nella consapevolezza che nessuna di queste azioni sarà di per sé risolutiva; ci sembra importante mostrare che una diversa cultura degli spostamenti è possibile e crediamo che deva essere messa alla prova. Pensiamo al telelavoro, al co-working, alla redistribuzione dei servizi e alla loro erogazione in remoto con le tecnologie digitali, oggi possibile grazie agli interventi di infrastrutturazione della rete in fibra ottica degli ultimi 5 anni sul territorio comunale, al potenziamento del trasporto pubblico locale, al supporto della ciclopedonalità, a forme di logistica creativa (certe volte è più conveniente spostare le merci e non le persone).Ma le alternative radicali di carattere strutturale, che ci aspettiamo dal PUMS e dal PRG, richiedono l’adesione convinta, oltre che le risorse, di altri livelli istituzionali.
Il verde pubblico
Non possiamo parlare di città, sia pure inserita in un contesto naturalistico ampio e suggestivo, senza parlare di verde pubblico. Gli spazi verdi in città hanno due funzioni: una naturalistica (che non è solo abbellimento, ma anche ecosistema che garantisce biodiversità e protezione dal calore eccessivo) e una legata alla socialità (i parchi sono i luoghi del gioco e dell’incontro). Una strategia per il mandato 25/30 dovrà, a nostro avviso, prendere in considerazione, oltre al verde, anche l’acqua, con la quale il territorio ha sempre avuto uno stretto dialogo: pensiamo al canale macinante, ai piccoli laghi, alla Fersina e alla creazione di percorsi di “lettura” del territorio che permetteranno sia di conoscere meglio il nostro contesto di vita, sia di muoverci a piedi o in bicicletta per il solo piacere di farlo.
Il Welfare
Il punto di partenza per parlare di politiche sociali è quello demografico. La popolazione di Pergine è cresciuta dai 17.000 abitanti del 2001 ai quasi 22.000 di oggi. Ma nel decennio di fine secolo c’era stato un incremento altrettanto significativo, che ha peraltro distribuito una parte importante di residenti sulle frazioni. Sappiamo quali siano state e siano tuttora le conseguenze di questa crescita intensa e diffusa, che ha avuto e continua ad avere un impatto molto forte sulla domanda di servizi e, di conseguenza, sui bilanci pubblici e sulla mobilità. Se guardiamo alla Pergine di oggi, ciò che soprattutto merita una riflessione non scontata è l’andamento della popolazione per fasce di età. Anche Pergine, come il Trentino, come l’Italia, sta invecchiando. Questo dato, in sé positivo perché significa che cresce la speranza di vita, porta con sé anche questioni di non facile soluzione.
Una prima conseguenza è che le generazioni di mezzo (fra i quaranta e i sessant’anni) sono sovraccaricate da compiti di assistenza nei confronti dei genitori, dei figli e dei nipoti. Questo avviene in un momento nel quale la composizione delle famiglie e la loro stabilità stanno cambiando e non ci permette più di delegare (o peggio di scaricare) sulla famiglia tradizionale compiti che non è in grado di svolgere. Non si può fare, a questo proposito, un discorso ideologico su quale sia la famiglia ideale: quello che a noi interessa, quello che ci riguarda, sono le famiglie “così come sono”; e le “famiglie reali” sono in difficoltà per un eccesso di compiti, perché esercitare il ruolo di genitori è sempre più impegnativo, perché i nostri figli hanno lavori sempre più precari, perché le incertezze e le fragilità individuali e relazionali sono diventate un tratto distintivo sempre più diffuso delle nostre comunità.
Una seconda conseguenza riguarda la solitudine. Il numero medio di componenti per famiglia sta diminuendo. E quando parliamo di solitudine non parliamo solo, né soprattutto, di un problema relazionale, come se la solitudine fosse solo la mancanza di qualcuno che ci fa compagnia; parliamo di un problema di isolamento: essere soli significa non avere una rete di protezioni; significa non avere qualcuno che ci possa aiutare quando ne abbiamo bisogno; significa, nella migliore delle ipotesi, dipendere da altri.
Una terza conseguenza è quella relativa alle condizioni di salute della popolazione che invecchia. I progressi della ricerca medica e farmacologica hanno aggiunto anni alla nostra attesa di vita, ma (come è stato detto con un gioco di parole) dopo avere aggiunto anni alla vita dobbiamo fare in modo di aggiungere vita agli anni, perché quote consistenti e crescenti di persone hanno patologie croniche o degenerative che le rendono parzialmente o completamente non autosufficienti. Il relativo costo – che è assieme finanziario, organizzativo, emotivo – non può essere messo in capo in primo luogo e soprattutto alle strutture sanitarie, che hanno altri compiti.
Non ultima, la questione delle immigrazioni. Certa politica, certa stampa, ma soprattutto i mezzi di comunicazione sociale hanno avallato una visione allarmistica delle migrazioni, che oggi sono considerate problemi da contenere attraverso azioni di difesa del suolo nazionale. Le migrazioni sono presentate come un’emergenza, ma non è vero, se non nella misura in cui ci sono vite da salvare o persone detenute al di là dei nostri confini in condizioni inumane. Ma questi, che sarebbero i soli, veri problemi, non indignano più. Noi amiamo l’Italia, che è la nostra Patria, ma abbiamo anche alcune consapevolezze che forse meritano di essere esplicitate. L’Italia è sempre stata, prima ancora della caduta dell’Impero romano, terra di incroci, qualche volta di conquista. La nostra cultura nasce dall’incontro fecondo fra greci e fenici, arabi e normanni, longobardi, numerosi altri popoli e, in epoche meno distanti, spagnoli e francesi e germanici. Siamo dunque una sintesi originale di culture e di incontri. Siamo luogo di approdo di persone che lasciano, temporaneamente o definitivamente, i luoghi in cui sono nati in cerca di un futuro accettabile e dignitoso. Infine, va detto che di nuova forza-lavoro ne abbiamo bisogno, se pensiamo a quante attività siano svolte, oggi, da persone che si occupano di mansioni non gradite o per le quali manca comunque la manodopera italiana. I nostri concittadini stranieri sono circa il 10% del totale e sono molte decine le nazionalità censite. Questo non significa che l’integrazione sia un processo scontato o lineare, ma dobbiamo pur affrontare questi processi senza far prevalere chiusure immotivate o paure infondate, così come aperture prive delle indispensabili condizioni di contesto. E in ogni caso, non si affrontano processi tanto complessi rinunciando programmaticamente a qualunque politica di accoglienza e di integrazione: come tutte le situazioni complesse, anche questa non va banalizzata o amplificata: va governata.
Sui presupposti che abbiamo tracciato per sommi capi il Comune può agire su due fronti.
Una prima questione sulla quale dobbiamo interrogarci e intervenire è che cosa sia davvero la domanda sociale.
Ci viene spontaneo pensare che le politiche sociali debbano occuparsi delle povertà, delle disabilità, delle dipendenze, delle persone non autosufficienti e, in fondo, solo di questo. Non è così. Viviamo in un mondo difficile, nel quale ciascuno di noi, in certi momenti, può trovarsi in difficoltà più o meno gravi e più o meno transitorie. L’elenco sarebbe troppo lungo, ma pensiamo alla perdita del lavoro o alla sua precarietà, a una malattia improvvisa che richiede una lunga assistenza, alla ricerca della casa, alla difficoltà nel rapportarsi con i propri figli: sono, tutte e ciascuna, circostanze che facciamo fatica a fronteggiare. Un primo punto fermo riguarda, dunque, la definizione delle politiche di welfare, nelle quali, a nostro avviso, rientra tutto ciò che compromette o, in positivo, tutto ciò che può produrre il nostro benessere. È una definizione ampia, che può sembrare generica, ma è esattamente così che ci si presentano i problemi che chiamiamo “sociali”. Per questo crediamo che nella dimensione sociale rientrino, in maniera trasversale, quasi tutte le politiche dell’Amministrazione: lo sport favorisce il benessere, così come contribuisce a contrastare il disagio; ma anche la cultura; ma anche le politiche per l’infanzia e la costruzione, alla quale abbiamo sempre creduto, di una città a misura di bambine e bambini; anche la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; anche la qualità dei servizi; anche le politiche per la casa. Dobbiamo pensare a una sorta di “valutazione d’impatto sulla qualità della vita” di tutte le decisioni che prendiamo: perché accanto agli obiettivi di ciascuna decisione ci sono, o ci possono essere, delle conseguenze non volontarie, delle quali dobbiamo tenere conto o che dobbiamo, se sono positive, rendere esplicite e intenzionali.
La seconda questione riguarda la relazione fra il Comune e la comunità. La norma ordinamentale attribuisce al Comune tre compiti: quello di rappresentare la comunità locale, di curarne gli interessi e di promuoverne lo sviluppo. Preso alla lettera, questo mandato può sembrare una delega in bianco e una dichiarazione presuntuosa: quasi che il Comune potesse rispondere ad ogni esigenza e ad ogni problema di una comunità. Su questo punto dobbiamo essere chiari. L’ente pubblico non è mai stato in grado di dare qualunque risposta a qualsiasi domanda: perché la domanda sociale è tendenzialmente illimitata, mentre le risorse sono, per definizione, limitate; perché le competenze spesso sono in capo ad altri livelli istituzionali o ad enti con i quali è possibile confrontarsi e negoziare, ma ai quali non si possono dettare ordini; perché, non da ultimo, la comunità è un contenitore di intelligenze, di saperi, di competenze, di disponibilità che è possibile e necessario mobilitare perché producano valore pubblico. E in buona parte già lo fanno. Crediamo, in altre parole, che sia possibile e necessario aggiornare quel patto che ha storicamente legato l’amministrazione pubblica, il terzo settore e il volontariato, ma anche la responsabilità sociale delle imprese; un patto che rischia – oltre che di essere soffocato dalle procedure – di restare intrappolato in una logica consuetudinaria, con gli enti pubblici che cercano di garantire servizi al minor costo possibile, con la trasformazione delle finalità del terzo settore nell’orientamento al profitto e con il volontariato privo di una cornice generale di riferimento. Dobbiamo tornare a una visione “inattuale” del ruolo del non-pubblico: nei confronti del privato- sociale immaginando – come prevede il Codice del Terzo settore – elementi di innovazione come la co-programmazione e la co-progettazione; nei confronti del volontariato, mantenendo viva la dimensione originaria della gratuità, del dono, ma immaginandola strutturata come accade nelle migliori esperienze di impegno civico, che assicura quei beni (materiali, immateriali o digitali) la cui produzione o gestione condivisa può produrre utilità per tutti.
Convinti, dunque, che le politiche sociali debbano oggi reinterpretarsi, forse anche re-inventarsi nel loro insieme, crediamo sia il caso di proporre alcune riflessioni più puntuali.
Una prima riflessione riguarda le famiglie e i giovani. Le famiglie vanno sostenute, su questo non c’è dubbio. Ma è necessario farlo al di fuori di qualunque lettura ideologica su che cosa sia la famiglia. La realtà, ancora una volta, si incarica di smentire le nostre (pur legittime, sia chiaro) convinzioni. La famiglia che abbiamo in mente è il luogo nel quale si realizzano e si riproducono, in maniera diversa e variabile, l’affettività, la reciprocità, la genitorialità. A chi rivolgere il proprio amore è una questione che non riguarda lo Stato: quello che riguarda le politiche pubbliche è che la famiglia sia il luogo del rispetto, dell’aiuto disinteressato, del progetto di vita condiviso. Oggi vediamo troppo spesso famiglie disorientate: giovani adulti che rimangono sempre più a lungo nella casa dei genitori, anche perché fanno fatica a trovare buona occupazione (qualche volta non la cercano nemmeno) e una casa a condizioni accettabili; coppie che rinunciano ad avere figli; padri e madri a disagio perché non sanno come affrontare le fragilità adolescenziali; persone di mezza età, soprattutto donne, che devono farsi carico delle difficoltà delle generazioni precedenti e di quelle successive; vediamo quella cosa inaccettabile che è la violenza di genere. Oltre a questo, la città a misura di infanzia deve rimanere un nostro marchio distintivo e un criterio-guida di tutte le nostre politiche, perché (ripetiamo) una città che funziona meglio per i bambini funziona meglio per tutti.
Una seconda riflessione riguarda la Scuola. Siamo convinti che questo sia, o dovrebbe essere, l’investimento del quale c’è più bisogno oggi nel nostro Paese. Ci ostiniamo a sperare che, ai livelli ai quali queste politiche competono, ci sia un sussulto di consapevolezza. Sappiamo che il Comune non ha quasi competenze in materia, ma questo non significa che non possa fare nulla. Al contrario, crediamo che in tutte le fasce di età il Comune possa e debba essere protagonista, a partire, naturalmente, da quello per il quale ha delle leve importanti da manovrare: pensiamo al periodo 0/6, quello dell’apprendimento e dell’integrazione precoci; da questo punto di vista, il Comune ha investito molto negli ultimi anni e dovrà continuare a farlo. Per la fascia dell’obbligo, oltre all’edilizia scolastica, crediamo che ci siano spazi molto importanti da esplorare in una relazione non episodica: anzi, in un vero e proprio patto di reciprocità con gli istituti di istruzione che, non dimentichiamolo, intercettano l’intera popolazione giovanile fino all’adolescenza e sono un “contenitore” forse ancora troppo poco valorizzato di saperi e di competenze.
Dobbiamo poi affrontare (e non solo perché siamo una società che invecchia, il tema della salute. Di nuovo, sembra che anche in questo caso il Comune non abbia ruoli, competenze, risorse. È un punto di vista che non condividiamo. La salute è un valore prezioso: è un diritto delle persone ed è un bene pubblico. Ma dobbiamo ricordare che, al di là della genetica, molte circostanze (quelli che vengono definiti i determinanti della salute) concorrono a farci vivere più a lungo e a mantenerci in buone condizioni: sono gli stili di vita (a partire da quello che mangiamo e dal fatto di svolgere attività fisica), la capacità di essere informati, l’ambiente nel quale viviamo, la consapevolezza che dobbiamo proteggerci anche attraverso attività di prevenzione, il nostro capitale relazionale. La salute, paradossalmente, non è prima di tutto qualcosa di competenza della medicina: è qualcosa che inizia da noi e che esprime, nel bene e nel male, la nostra collocazione nella scala sociale. In questo senso, investire sulla sanità pubblica significa investire in equità.
Si pone in termini diversi rispetto al passato anche il nodo della sicurezza. È un tema delicato, lo sappiamo bene, che si presta a distorsioni e a strumentalizzazioni. La sicurezza è un diritto che va reso effettivo. Ma dobbiamo, anche in questo caso, capirci bene sul significato che diamo alle parole. Una frequente semplificazione, che finisce per banalizzare un problema complesso, è quella che fa coincidere la sicurezza con la difesa dai reati, la commissione dei reati con gli strumenti penali e la risorsa penale con il carcere. Ognuno di questi passaggi sconta un salto logico o uno slittamento di significato. Se guardiamo, ad esempio, a quali sono i fattori di rischio che riguardano le morti evitabili, dobbiamo prendere atto che si tratta essenzialmente di incidenti stradali e di incidenti sul lavoro. Li consideriamo fatalità, ma non lo sono. Dei femminicidi abbiamo già detto: ogni singola donna uccisa da parte di chi diceva di amarla è una morte di troppo, inaccettabile. Se consideriamo quali sono i fattori di rischio per gli anziani, dobbiamo preoccuparci soprattutto delle truffe. Dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che molti dei comportamenti che creano allarme sociale sono forme di disordine, ma non costituiscono, giuridicamente, dei reati. Vanno contrastati, ci mancherebbe, ma non è il carcere la risposta: non possiamo raccontarla così. Anche in questo caso la risposta è complessa: al disordine bisogna dare forma, perché ogni problema ha una pluralità di cause e può (anzi, deve) essere affrontato in maniera differenziata e con le modalità più appropriate. Altrimenti, come è stato detto, se si dispone solo di un martello si finisce per trattare ogni problema come se fosse un chiodo.
Non possiamo e non vogliamo dimenticare un mondo che ci interroga in maniera esigente: quello delle disabilità e delle fragilità motorie, sensoriali, cognitive, emotive, digitali. Una misura della civiltà di una città e della credibilità dell’amministrare è quella che considera queste persone come titolari di diritti che vanno garantiti. Molto è stato fatto, ma molto si può ancora fare, perché, oltre alle barriere architettoniche, esistono anche altre barriere, meno visibili, che vanno rimosse: nell’apprendimento, nelle difficoltà psicologiche, nelle solitudini, nell’accesso ai servizi.
In definitiva, quello che pensiamo, per Pergine, è che la nostra città, la nostra comunità possano diventare in maniera sempre più consapevole luogo della cura, cioè dell’attenzione e della premura per gli altri, dell’aiuto reciproco, della mutualità, della qualità delle relazioni. Questa idea ne riflette un’altra: la critica a una società che ci chiede di essere sempre in forma, sani, performanti, produttivi, come se non dovesse esserci spazio per un diritto che sembra strano, forse assurdo, ma non lo è: quello di essere anche stanchi, preoccupati, in difficoltà. La cura non è una dimensione che appartiene solo, o in primo luogo, agli interventi pubblici: questi spesso garantiscono soltanto un catalogo di prestazioni. La cura è il modo di essere di una comunità che non si giudica, ma si riconosce e, nei limiti del possibile, si accetta per quello che è, immagina quello che può diventare e “si vuole bene”.
La cultura
Nell’ultimo programma di mandato avevamo indicato, nella sezione relativa alla cultura, quattro priorità: la biblioteca, il teatro, il territorio come museo che “espone sé stesso”, il rapporto con l’associazionismo. Questi cinque anni non sono passati invano.
La biblioteca ha indicatori in forte crescita e tutti di segno molto positivo; possiamo dire che finalmente Pergine ha una struttura adeguata alla sua condizione di terzo comune del Trentino. Non solo: la biblioteca ha saputo interpretare in maniera consapevole i cambiamenti in atto nel settore dell’informazione, a partire dal prepotere della Rete e dalle sue ambiguità, ricordando che non esiste un’utenza indifferenziata, ma ci sono domande diverse alle quali si devono dare risposte costruite su misura; e tenendo presente che non vive vive e non opera in uno spazio vuoto, ma deve essere al centro di una rete di relazioni, simbolicamente rappresentate dal Patto per la lettura.
Il teatro ha saputo consolidare in maniera significativa la propria reputazione e il proprio posizionamento anche nel contesto provinciale e nazionale e ha saputo delineare un modello gestionale convincente e sostenibile, rivelandosi, d’altra parte, una preziosa struttura di servizio per l’associazionismo locale.
Anche l’idea del territorio come fattore identitario da riscoprire e da valorizzare ha avuto spunti interessanti, sia per iniziativa del Comune, sia per l’impegno delle associazioni culturali che si sono mostrate capaci di realizzare idee originali e di dare alla comunità stimoli continui e innovativi.
Da qui, da queste basi consolidate, crediamo si possa partire per interpretare una nuova fase, che si muova in una prospettiva di continuità e di evoluzione.
Una prima questione riguarda il ruolo sociale della cultura. Può sembrare contro-intuitivo, ma la cultura non consiste solo nella produzione o nell’organizzazione di eventi e di iniziative; è sempre più forte la consapevolezza del ruolo della cultura per creare benessere (non a caso sono molto attuali i concetti e le pratiche di “biblioteca sociale” e di “welfare culturale”), per promuovere nelle persone il senso critico, per sviluppare la socialità, per capire il mondo, per favorire l’integrazione. Tutto questo non è compito solo della Scuola, che peraltro si rivolge a una fascia di età circoscritta, ma della cultura nel suo insieme, che dev’essere patrimonio collettivo in ogni momento della nostra vita.
Una seconda priorità riguarda il risvolto economico della cultura. Molte persone, qualche anno fa, si sarebbero scandalizzate sentendo un’affermazione del genere. Noi siamo convinti che, oltre ad utilizzare risorse (soprattutto pubbliche: i contributi), la cultura possa diventare uno strumento per produrre anche valore economico, che significa lavoro, attività d’impresa, occasione per attrarre visitatori e turisti. Sempre in tema di sostegno economico della cultura, crediamo che si possa assumere un atteggiamento più assertivo nei confronti delle possibilità di accesso a finanziamenti non solo locali per iniziative di qualità (pensando, per iniziare, al potenziale esplorabile dei bandi Caritro) e a modalità più attuali per il reperimento di fondi come il microfinanziamento “dal basso”.
Una terza priorità riguarda il potenziale dei giovani non come destinatari di iniziative, ma come protagonisti della propria vita. Nel tessuto associazionistico locale si pone, senza dubbio, un problema di avvicendamento generazionale. Ma non si tratta solo di passare il testimone e di allargare la base sociale delle compagini: si tratta di far sì che i giovani siano agevolati nell’essere pienamente titolari del proprio presente e del proprio futuro. I questo senso, è ammirevole e va sostenuto il lavoro svolto dal Centro Kairos.
Una quarta priorità riguarda la conservazione e la valorizzazione del materiale documentale raccolto sulla storia perginese, sia grazie all’impegno di figure irripetibili e luminose del nostro passato anche recente, sia per la lungimiranza di alcune associazioni, ma non ancora pienamente disponibile. Si tratta di patrimoni che appartengono alla collettività, per la quale vanno tutelati e alla quale vanno restituiti. Non possiamo pensare a questi materiali in una prospettiva archivistica di tradizione: può esserci, in qualche caso, un problema di acquisizione e di conservazione, ma si tratta soprattutto di fare in modo che le impronte del nostro passato, tasselli di un mosaico identitario, prendano forma organica e vengano restituiti andando oltre una pur necessaria attività di inventariazione e, quando possibile, di dematerializzazione. Le opportunità offerte dalle tecnologie digitali e la disponibilità di finanziamenti per fondi documentali aprono prospettive inedite, che vanno perseguite con determinazione.
Infine un riferimento al cambio epocale che la riforma del Terzo settore darà all’intero comparto. Elementi valoriali che stanno alla base dell’attività associativa tra cui il benessere sociale, la creazione di relazione nella comunità, rispondere al bisogno dei più deboli sono solo alcuni degli elementi che restano come base culturale del vivere. La nuova norma spinge nella direzione di una sempre maggiore professionalizzazione dell’operatore culturale che dunque è incentivato a creare un contesto in cui la produzione culturale locale sia in grado di ospitare eventi di spicco ma anche e soprattutto creare un’interazione tra il mondo professionistico della cultura e quello amatoriale che rappresenta numericamente la base maggiore dei componenti attivi.Cultura significa anche benessere e trasmissione dello stesso alle giovani generazioni, per tanto si necessità una sempre maggiore relazione tra la componente culturale e l’istruzione
Lo Sport
Per quanto riguarda lo sport, le politiche che lo riguardano non possono essere limitate a una questione di finanziamenti, di impianti e di competizioni. Certo, c’è anche questa dimensione, ma la nostra convinzione è che l’attività fisica, il movimento, da parte di quote crescenti di popolazione deva essere centrale nell’impegno di tutti coloro che si occupano di sport. Secondo recenti indagini, l’Italia si trova al 21° posto nell’Unione Europea per numero di persone che praticano sport. La medesima ricerca ci dice che solo una persona su cinque fa attività fisica per almeno 150 minuti in settimana; la media in Europa è di una persona su tre. È vero che il Trentino è nel gruppo di testa della classifica delle regioni italiane, ma non si tratta di vedere chi è davanti e chi è dietro: si tratta di migliorare. Dobbiamo ricordare che lo sport ha numerosi e diversi significati: ha un impatto sulla salute e sulla percezione individuale di benessere; permette di incontrare altre persone; ha un valore economico (turistico, ma non solo); è un’occasione per riappropriarsi degli spazi della città e (lo abbiamo già detto) dell’ambiente naturale; ha un’importante funzione educativa perché è impegno, è incontro con i propri limiti, è spinta a superarli. Dunque gare sì, eccellenza sì, ma sempre avendo presente che lo sport dev’essere un’opportunità per tutti, in ogni fase della vita. Anche per queste ragioni, valorizzando le potenzialità della nuova struttura, riteniamo possa essere approfondita l’idea di realizzare una sezione speciale, una Biblioteca dello Sport, nell’ambito del servizio di pubblica lettura.
Sempre in tema di sport, ci è caro richiamare in questa sede un’iniziativa che sta prendendo forma nell’ospedale Villa Rosa dalla costante interlocuzione fra Comune, Azienda sanitaria, responsabili di Villa Rosa, Provincia e altri referenti istituzionali, come il Comitato provinciale di Trento del CONI e il Comitato Paralimpico; si tratta di un progetto molto innovativo per la creazione di una struttura di riabilitazione di rilievo nazionale e internazionale, che si avvarrà non solo delle strutture sportive già disponibili e della fitta rete per la ciclopedonalità, ma anche dell’intero contesto naturale perginese, dal momento che abbiamo la fortuna di vivere in un ambiente che costituisce di per sé un enorme impianto sportivo naturale a cielo aperto.
Giovani
Il tema delle politiche giovanili costituisce un nodo cruciale per il futuro di Pergine dove le fasce d’età più giovani chiedono e meritano nuove opportunità di formazione, autonomia e partecipazione. È un’esigenza che non nasce da un generico auspicio, bensì dall’osservazione di un panorama sociale in cui, accanto al progressivo invecchiamento della popolazione, emergono nuove generazioni portatrici di energie, competenze e aspirazioni spesso sottorappresentate.
L’Amministrazione comunale, invista del mandato 2025-2030, ritiene pertanto strategico investire sulla costruzione di percorsi che rendano i giovani protagonisti, non soltanto destinatari di politiche e servizi.
In primo luogo, riteniamo indispensabile garantire agli under 35 uno spazio di dialogo reale con gli organi amministrativi. A tal fine, il ruolo della Consulta per i giovani – finora organo consultivo e luogo di confronto – risulta determinante. L’esperienza maturata negli ultimi anni dimostra che i ragazzi, se messi nelle condizioni di incidere sulle scelte pubbliche, sanno offrire soluzioni e idee innovative per lo sviluppo complessivo della comunità. Non è un caso che proprio dalla Consulta sia nata l’iniziativa PergiNEXT, un festival pensato dai giovani per i giovani, concepito quale momento di confronto e celebrazione delle potenzialità della nuova generazione. L’evento, frutto di un lavoro collettivo che ha coinvolto il tessuto associativo e gruppi informali dell’Alta Valsugana, è stato improntato alla condivisione di esperienze artistiche, culturali e formative, in un’ottica che mira non solo a favorire lo svago, ma anche a creare connessioni durature tra persone, associazioni e istituzioni. PergiNEXT ha peraltro dimostrato come una visione intergenerazionale e la sinergia con le maggiori realtà del territorio possano dare vita a un circuito virtuoso di proposte, trasformando la dimensione giovanile in un motore di innovazione e coesione sociale. L’obiettivo futuro, da perseguire con convinzione, è moltiplicare tali iniziative, assicurando continuità e risorse adeguate affinché diventino parte integrante della programmazione comunale.
In una prospettiva più ampia, la questione giovanile va affrontata anzitutto con politiche integrate, capaci di includere una pluralità di ambiti: dalla scuola al lavoro, dalla cultura all’uso degli spazi urbani, fino all’intrattenimento notturno e alla mobilità. Sul fronte scolastico ed educativo, il Comune non dispone di competenze esclusive ma, in qualità di ente più vicino alla comunità, può tuttavia sostenere progetti sperimentali e metodologie didattiche innovative. Pensiamo, ad esempio, a percorsi di orientamento professionale o a laboratori creativi, realizzati in collaborazione con istituti scolastici, aziende e associazioni locali. Il fine è duplice: da un lato, offrire ai ragazzi strumenti efficaci per affrontare una società in costante cambiamento; dall’altro, rafforzare quel senso di appartenenza che favorisce la permanenza sul territorio, contrastando i fenomeni di emigrazione verso l’estero o i grandi centri urbani.
Parallelamente, diventa cruciale predisporre interventi che incentivino l’inserimento lavorativo dei giovani, promuovendo al contempo stabilità e innovazione. In un contesto in cui la precarietà e le basse retribuzioni costituiscono spesso ostacoli al pieno sviluppo personale, l’Amministrazione comunale può favorire un dialogo tra stakeholders. Tale coordinamento può favorire l’emersione di iniziative imprenditoriali giovanili, la creazione di tirocini qualificati e la nascita di incubatori di nuove idee nel settore culturale o tecnologico.
Un ulteriore tassello riguarda la vivibilità degli spazi urbani e la disponibilità di luoghi di aggregazione. La nostra amministrazione, consapevole della necessità di offrire nuove opportunità di svago e socialità ai giovani di Pergine Valsugana, intende promuovere una strategia integrata in cui cultura e intrattenimento notturno possano affiancarsi alla vita diurna. Vogliamo stimolare la nascita di luoghi multifunzionali, eventi musicali e laboratori creativi, valorizzando sinergie tra associazioni, operatori culturali, istituzioni scolastiche e giovani stessi. Inoltre, sarà fondamentale potenziare i servizi di trasporto pubblico nelle ore notturne, assicurando ai giovani la possibilità di spostarsi in sicurezza, sia tra le diverse aree del centro che nelle frazioni. Desideriamo sostenere il protagonismo giovanile in ogni fase, dalla progettazione degli eventi fino alla loro gestione, favorendo spirito imprenditoriale, talenti artistici e condivisione di idee. L’obiettivo è trasformare Pergine in un riferimento per il divertimento e l’aggregazione, contribuendo a creare un ambiente inclusivo e vitale che rafforzi il tessuto sociale di tutta la comunità.
La sfida consiste dunque nel creare condizioni materiali e culturali in cui i giovani siano protagonisti del proprio presente, anziché proiettati in un futuro indefinito. Se da un lato è necessario continuare a investire nella sanità e nei servizi rivolti alla popolazione anziana, dall’altro bisogna riconoscere il potenziale straordinario delle nuove generazioni, incoraggiandone l’espressione libera, l’iniziativa imprenditoriale e l’attivismo civico. A tale proposito, ci impegniamo a rafforzare gli attori giovanili e a sostenerne le iniziative in qualità di energie fondamentali che animano il territorio. Vogliamo far sì che le istanze giovanili trovino spazio in ogni fase decisionale, dalla progettazione alla gestione delle attività, nella convinzione che la nostra comunità possa progredire soltanto coinvolgendo appieno tutti i soggetti che la compongono.
In definitiva, le politiche giovanili non vanno intese come un settore a sé stante, ma come un ingrediente trasversale di qualsiasi strategia di crescita sostenibile e inclusiva. Nel mandato amministrativo 2025-2030, vogliamo rendere Pergine un punto di riferimento anche per i giovani che desiderano rimanere e contribuire allo sviluppo del proprio territorio, facendo emergere quel circolo virtuoso in cui la vitalità dei ragazzi si intreccia con il benessere di tutta la comunità. È una scommessa che riguarda il futuro di tutti e che merita, in ogni sua articolazione, un impegno costante e condiviso.
L’economia
Dobbiamo considerare l’economia da punti di vista molto diversi: l’economia è lavoro; è occasione per creare valore; è il presupposto per redistribuire valore.
Il lavoro ci sta presentando problemi ai quali non eravamo abituati. Fino a pochi anni fa, la questione più delicata era quella della mancanza di lavoro per le giovani generazioni. Oggi, sia pure in maniera diversa, questo problema rimane, ma se ne sono aggiunti altri. Uno è quello di un’offerta di lavoro che qualche volta non trova una domanda. Un altro è quello della situazione di precarietà in cui si trovano molte persone, soprattutto, ma non solo, giovani: una precarietà che vuol dire non solo instabilità lavorativa, ma anche mancanza di tutele, remunerazioni basse, “imboscate” esistenziali. Vediamo molti giovani che vanno all’estero perché non trovano da noi occasioni adeguate alla loro preparazione e alle loro aspettative e altri, i cosiddetti NEET, che, al contrario, si auto-escludono da percorsi di formazione e di ricerca di un’autonomia economica e di un progetto di vita indipendente.
L’economia, poi, è produzione di ricchezza. Prendiamo brevemente in considerazione i singoli comparti.
L’agricoltura e l’allevamento sono i settori nei quali si impegna la minore quantità di forza-lavoro, ma sono importantissimi perché esprimono più di altri l’identità di un territorio. Pensiamo, posando lo sguardo su Pergine, ai piccoli frutti, alla castanicoltura, all’apicoltura. Ma dobbiamo ricordare anche che l’agricoltura e l’allevamento sono il punto di partenza di una filiera, cioè di una catena nella quale ogni passaggio aggiunge un ulteriore valore e lo dissemina: pensiamo alla vendita di prodotti a chilometro zero, al turismo, al paesaggio, alla ristorazione e alla cultura del cibo. L’agricoltura perginese ha fatto, da questo punto di vista, una scelta di campo molto ambiziosa, puntando sulla qualità, sull’eccellenza, sul rispetto per l’ambiente. E questo dovrà restare il punto di convergenza verso il quale guardare, una bussola che deve guidarci, come è stato in questi anni, verso coltivazioni sostenibili, verso prodotti certificati, verso il recupero di superfici, verso un dialogo con i consumatori.
Il turismo rimane un elemento centrale dell’economia trentina, nella quale ha, e continuerà ad avere, un ruolo enorme. Anche in questo caso bisogna rendersi conto che alcuni cambiamenti che
ipotecano la tenuta del modello turistico consolidato non possono essere contrastati né, soprattutto, negati: è cambiato il clima (e questo non è senza conseguenze per il turismo invernale); sono cresciuti gli spostamenti a livello mondiale, ma sono cresciute anche le alternative a disposizione dei turisti, che peraltro sono orientati a fare vacanze sempre più brevi e sempre meno fedeli, anno dopo anno, alle medesime destinazioni. L’economia perginese, come economia mista, non è una monocoltura turistica. Questo può sembrare un limite, ma in realtà è un punto di forza, perché può puntare sulla qualità e non sulla massificazione e sull’offerta di esperienze non ripetibili legate al territorio. Dal punto di vista dello sviluppo del turismo perginese, si può agire su due dimensioni. Una è quella di sviluppare pienamente le possibilità del territorio come attrattore in sé, con le sue specificità, i suoi tratti distintivi di carattere storico (basti pensare al castello) e naturalistico, i suoi eventi, le sue tipicità agroalimentari. Pergine è un luogo che, se non lo si guarda con occhio distratto, riserva molte sorprese. L’altra dimensione fa riferimento, e non potrebbe essere diversamente, alla fruizione del lago di Caldonazzo e della Panarotta. Azioni condotte dal Comune e investimenti privati hanno mostrato, negli anni, come sia possibile creare delle zone di interesse molto frequentate. Muovendosi nella medesima prospettiva, sarà soprattutto la leva urbanistica – nell’attesa che la traslazione della SS 47 liberi una sponda del lago da una profonda cicatrice e la restituisca a una fruizione collettiva e sostenibile – quella che consentirà di intervenire sul potenziale inespresso del turismo lacuale, nel quale non ci spiacerebbe potesse rientrare la programmazione di eventi ad impatto sociale e turistico, con risonanza sovra nazionale, ma anche l’itticoltura. A San Cristoforo, operazioni mirate e cambi di destinazione d’uso potranno allontanare il più possibile le automobili della riva, rilocalizzando i parcheggi, e favorire modalità ricettive più attuali, anche in questo caso con un limitato consumo di suolo, preservando il valore naturalistico ed ecologico delle aree di pregio ambientale. Altri interventi, tra i quali ci piace ricordare la riqualificazione del CUS sulla sponda occidentale, sono già alla fase di progettazione esecutiva.
Per la Panarotta, anche in relazione al tema del cambiamento climatico, occorre ragionare su un diverso modello di sviluppo, orientato alla valorizzazione delle enormi potenzialità che la nostra montagna ci offre, per renderla punto di riferimento non solo per il turismo invernale, che dovrà necessariamente definire strategie differenziate rispetto allo scenario che vede come principale volano economico lo sci da discesa, ma anche per l’offerta estiva.
Parlando delle possibili azioni da mettere in atto, si ritiene necessario continuare a lavorare sulle enormi potenzialità del nostro territorio, cercando di fare sinergia tra i diversi ambiti territoriali.
Particolare attenzione dovrà essere riservata alla valutazione dell’incremento dell’offerta ricettiva di qualità. La carenza di strutture ricettive, soprattutto ma non solo nella zona del lago o della Panarotta, è sicuramente uno dei temi che dovrà trovare adeguate risposte in materia di programmazione urbanistica, nell’ottica di generare un sistema in grado sviluppare proposte che consentano di mettere in sinergia i settori del commercio e del turismo, in stretta collaborazione con l’APT e l’amministrazione comunale, perseguendo obiettivi di sostenibilità: vuol dire creare servizi che favoriscono turismo senza pregiudizio, portando valore anche alla comunità (mobilità, parcheggi, traffico gestito, raccolta differenziata, cura delle spiagge, delle rotatorie di ingresso alle località, attenzione all’abbellimento complessivo dei nostri paesi). Si pensi ad esempio all’idea di creare un collegamento virtuoso tra il mondo della riabilitazione, nostra eccellenza territoriale grazie alla presenza dell’ospedale Villa Rosa di cui si è accennato nelle pagine precedenti, e forme di turismo ad elevata accessibilità, con la creazione di un brand associato a turismo, sport e riabilitazione.
Anche i settori classici di commercio, industria e artigianato risentono delle dinamiche in atto a livello globale, segnate, di volta in volta, dalla crisi di taluni mercati di esportazione, dal costo crescente delle materie prime, dalle modificazioni irreversibili nelle modalità di distribuzione e vendita delle merci.
Per il commercio in particolare, il costo elevato degli affitti, la concorrenza del commercio online e la difficoltà nel trovare unità nella definizione di strategie efficaci, hanno messo in evidenza le fragilità di un sistema sul quale dovranno convergere gli sforzi della prossima amministrazione per trovare un modo per agevolare una ripartenza del settore.
Non possiamo negare le difficoltà in particolare delle attività del centro storico sulle quali dovrà essere concertata l’attenzione per sviluppare una strategia che consenta agli operatori di affrontare con maggiore serenità il prossimo quinquennio.
Nel nostro comune abbiamo il più alto numero di associazioni di volontariato, una programmazione teatrale di primo livello e il maggior numero di prestiti bibliotecari. Volontariato, cultura, turismo e commercio: vogliamo creare insieme un collegamento virtuoso tra queste realtà del nostro territorio.
Crediamo che si possano favorire questi settori dell’economia locale attraverso logiche di rete, cioè mettendo in relazioni potenzialità e competenze che vengono dal sistema creditizio, dal ruolo delle associazioni di categoria, da una rinnovata sensibilità dei consumatori (abbiamo sempre detto, e lo ripetiamo, che è meglio “comprare locale”), da un ruolo del Comune sempre più articolato, sia diretto, sia indiretto (semplificazioni procedurali, attenzione ai sistemi della mobilità e della sosta, per quanto possibile agevolazioni tributarie e tariffarie, qualità urbana).
Per fare questo proponiamo la creazione di una consulta del turismo e commercio, dove mettere allo stesso tavolo rappresentanti dei diversi ambiti territoriali, ciascuno con le proprie esigenze e proposte, con il coinvolgimento dell’APT e dell’Amministrazione al fine di sviluppare politiche di sviluppo efficaci e condivise.
Pensiamo inoltre vada valutata, compatibilmente con le risorse disponibili, la possibilità di implementare un sistema di trasporto pubblico che consenta di collegare il centro di Pergine con il lago, con il duplice obiettivo di alleggerire il carico veicolare sull’ambito lago e assicurare un sistema di trasporto protetto per la fascia di utenza più giovane.
In sintesi per gli ambiti della Panarotta, di San Cristoforo e del centro storico di Pergine è nostra volontà aprire un percorso strutturato che coinvolga operatori del settore esperti e operatori locali, per definire un progetto di medio lungo periodo di sviluppo e rilancio che possa poi trovare una definizione concreta nello strumento urbanistico comunale e in iniziative in grado di valorizzare ancora di più il centro storico come luogo di socialità.
Il sistema del credito è una delle dimensioni economicamente cruciali della nostra comunità, che ha saputo – e non era per niente scontato, in un momento di feroce ristrutturazione della finanza globale – consolidare e rilanciare l’idea della banca “sotto casa”, della banca “di vicinato”, capace di confrontarsi con i grandi temi a livello nazionale e internazionale, restando legata indissolubilmente al territorio, all’economia locale, alle famiglie e alle imprese e divenendo, così, un fattore di competitività del territorio.
Abbiamo parlato anche di ricchezza da redistribuire. In un momento nel quale si sta materializzando una società sempre più ineguale, il cosiddetto ceto medio (troppo spesso si pensa che le politiche pubbliche di sostegno debbano riguardare solo le vecchie e nuove povertà) vede diminuire la propria disponibilità di spesa, crediamo che, da una parte, la pressione fiscale e tariffaria vada utilizzata per alleggerire, e non per appesantire, i bilanci delle imprese e delle famiglie e, quindi, dei consumatori; dall’altra parte, pensiamo che un uso più elastico e diversificato di strumenti come l’ICEF potrebbe permettere una maggiore personalizzazione delle tariffe e una migliore integrazione con le politiche di welfare.
I rapporti con i cittadini
Il tema del rapporto con i cittadini nasce, nelle agende pubbliche, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Da allora è stata fatta molta strada e anche il Comune di Pergine ha compiuto un lungo percorso, sia per adeguarsi alle disposizioni di legge (pensiamo all’istituzione degli URP, agli strumenti di comunicazione istituzionale, alla normativa in materia di trasparenza e di tutela dei dati personali), sia valorizzando le potenzialità delle tecnologie digitali, sia raccogliendo e organizzando le informazioni prodotte (un capitale di dati che, se non valorizzato, si traduce in un enorme spreco di conoscenze), sia sviluppando un approccio centrato sui cittadini e sulla qualità dei servizi. Dunque non si parte da zero, anzi.
Nel corso del prossimo mandato amministrativo vediamo almeno tre settori nei quali ci pare possibile e necessario intervenire prioritariamente.
Un primo ambito è quello delle tecnologie digitali. La pandemia ci ha permesso di vedere come l’informatica possa davvero semplificare la vita delle persone e l’erogazione dei servizi. Ma ci ha permesso prima di tutto di superare un blocco culturale, mostrandoci che un modo diverso e più amichevole di mettere in relazione i cittadini e la PA è possibile e fa risparmiare un sacco di tempo, di spostamenti, di lavoro. È una strada che si continuerà a percorrere, sia sviluppando appieno il potenziale emergente delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sia tenendo presenti le esigenze delle persone che scontano un divario digitale. La rivoluzione digitale rappresenta la quarta rivoluzione industriale, un processo di cambiamenti che vanno spiegati con continuità, creando relazioni con il mondo economico, istituzionale, per dare strumenti di consapevolezza e di una conoscenza necessaria per una visione di nuove opportunità di cambiamento.
Un secondo ambito è quello delle politiche per la Qualità. Il Comune non è stato timido nell’adottare gli strumenti della Qualità Totale, che sono molteplici. E siamo convinti che l’apparato si sia mosso lungo sentieri innovativi e ricchi di ulteriori possibili sviluppi. Proprio per questo, crediamo che vada sostenuta la cultura diffusa di un’etica della funzione pubblica, che vede i cittadini al centro dell’agire amministrativo e la qualità dei servizi come un diritto, non solo perché si utilizza denaro pubblico, ma anche perché la nostra Costituzione ci sollecita a rimuovere ogni ostacolo che precluda un’uguaglianza che è considerata come valore sia piano formale (davanti alla Legge), sia un piano profondo e, come si dice, sostanziale.
Non vogliamo poi dimenticare che Pergine è un comune policentrico, nel quale coesistono identità diverse e, nonostante una forte crescita del numero di abitanti negli ultimi decenni, un forte orgoglio di appartenenza. Il dialogo con la Giunta è sempre rimasto aperto, senza involuzioni in senso procedurale, ma guardando alle periferie con un atteggiamento equilibrato, per evitare che ci siano situazioni di Serie A e situazioni di Serie C o che, semplicemente, vengano percepite come tali. Non qualunque servizio può essere sotto casa, però la stessa attenzione che si riserva al centro storico la si deve riservare a qualunque insediamento, nonostante (o forse proprio per) una scarsità di risorse che deve essere estremamente attenta al gioco di pesi e contrappesi con cui va amministrato il bilancio comunale. Lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo.
Infine, ma non ultimo, crediamo che ci sia uno spazio molto ampio da esplorare nel settore dei beni comuni. La nostra terra ha una tradizione molto lontana e molto solida a riguardo (pensiamo all’istituto degli Usi civici, ma anche all’esperienza, per noi fondante, della cooperazione). La stessa evoluzione normativa degli ultimi decenni ha molto insistito sul concetto e sulle pratiche della sussidiarietà. Ci si può muovere, dunque, lungo un percorso che appartiene alla nostra identità culturale e che ha una solida base giuridica, ma che può essere interpretato in maniera creativa e, come si dice, generativa, superando il concetto di partecipazione e valorizzando il capitale di competenze, di saperi, di sensibilità che forma l’intelligenza collettiva perginese per produrre utilità collettiva.
Il nostro atteggiamento di amministratori sarà quello al quale abbiamo sempre cercato di ispirarci in questi anni: ascoltare, sempre, e decidere, sempre. E farlo in maniera aperta al cambiamento e alla sperimentazione. Non sempre, quando si prende una decisione, sappiamo in anticipo se quello che stiamo immaginando funzionerà a no: bisogna provare e poi valutare. Quindi non ci si potrà aspettare dalla nostra Amministrazione un sì o un no pregiudiziali: perché dire di sì a tutti per qualunque richiesta, oltre che impossibile, sarebbe un appiattimento clientelare; mentre dire dei no a priori significherebbe cadere nella trappola dell’ideologia o nell’ottusità. Questo atteggiamento, peraltro, è anche un requisito importante in termini di consenso. Intendiamo consenso non come quantità di voti attesa o sperata, ma come condivisione delle scelte, che non significa unanimità ma disponibilità a spiegare, ad accettare critiche, a rivedere le proprie posizioni e le decisioni conseguenti. Cioè ricordando che, se un governo vuole definirsi tale, deve anche prendersi la responsabilità di decidere.
Conclusioni
Questo programma si muove, per così dire, tra continuità e discontinuità rispetto a quello della precedente esperienza amministrativa. C’è continuità nei presupposti, nella concezione di amministrazione, nell’idea di una politica civica, cioè vicina ai cittadini e lontana da logiche eterodirette e partitiche. C’è discontinuità perché, in questi anni, il mondo non ha subìto soltanto un’accelerazione, ma è cambiato dalle fondamenta e in maniera inaspettata. Molto di quello che condiziona le scelte del Comune è un dato di fatto che non possiamo modificare. Ma quello che dipende da noi lo vogliamo interpretare in maniera consapevole e originale. Il nostro tempo ci dà sempre meno riferimenti e più incertezza – da tutti i punti di vista, politico, familiare, aziendale, collettivo – ma sappiamo da che parte stare tra la rassegnazione al destino e la possibilità di immaginare e di realizzare il nostro futuro. Il “livello zero” dell’Amministrazione, quello che si limita a garantire l’erogazione dei servizi essenziali, a rilasciare documenti, a gestire risorse decrescenti secondo una dinamica inerziale, non ci interessa: se fosse solo questo, l’attività amministrativa potrebbe andare avanti da sola. Al Consiglio e alla Giunta spettano dei compiti – di indirizzo e controllo e di governo – che richiedono una capacità di lettura dell’“anima” della comunità. Dobbiamo perciò guardare a quello che funziona, per migliorarlo ancora. A quello che non funziona, per correggerlo. E a quello che ancora non c’è per innovare e per costruire il domani. Dobbiamo saper valorizzare i fermenti positivi, le competenze diffuse, che ci sono, per fare in modo che crescano e producano utilità.
Questo programma, dunque, non è una promessa (a noi, come qualche volta abbiamo ripetuto, piace prima mantenere e poi, se necessario, promettere), ma un quadro di riferimenti e di obiettivi dal quale ricavare l’agenda che dovrà trovare una traduzione puntuale negli strumenti della programmazione municipale.
Un’ultima notazione, che riguarda la maggioranza e le minoranze che usciranno dalle urne, vogliamo dedicarla al numero di elettori che andranno a votare. Nel momento in cui scriviamo queste riflessioni non possiamo sapere quanti cittadini riterranno di votare e quanti no, ma i precedenti più vicini a noi, nello spazio e nel tempo, giustificano più di qualche preoccupazione. E il numero di elettrici e di elettori, negli ultimi anni e a qualunque livello, è andato diminuendo. Questo deve costituire un problema, perché la politica ha bisogno di legittimazione: dev’essere rappresentativa del proprio elettorato, ma poi anche dell’elettorato in genere e dell’intera comunità. Non è irrilevante sapere a nome di chi si stanno prendendo delle decisioni, anche perché poi sono decisioni che hanno un impatto sulla vita di tutti. Un impegno determinato dovrà, dunque, essere quello di riavvicinare i cittadini alle istituzioni, alla politica, alla formazione delle decisioni che li riguardano.